LA CALAVRISELLA :  UNA FANCIULLA IN ETA' DI AMORE




 
    

 

LA CALAVRISELLA

....ovvero.....

UNA FANCIULLA IN ETA' DI AMORE

 


Lui  -        Addiu, Calavrisella....'na prisa de chist'acqua mi farrìa !

Lei  -        Ti dugnu l'acqua e puru `a vita mia....ma accùartu, `nun mi rumpa la
                lincella...ca mazze mi `nnè duna mamma mia !

Lui  -       Si ti la rumpu, ti la pagu, bella, `ccù li dinari de la sacca mia !
  (leggi tutto il testo)

 


Il tema de “la calavrisella”, intesa quale fanciulla in età d'amore, ricorre non soltanto nella letteratura dialettale calabrese, ma anche nella tradizione musicale dei canti popolari di Calabria, sia in forma solo suonata che in quella canora. Infatti, alla calavrisella, molti brani, canzoni, ballate e altro sono ispirati.

Questo brano che ora si presenta all'attenzione, riprende il tema della “fanciulla” e lo inserisce in un contesto musicale e letterario abbastanza definito, dove emergono, in maniera non eccessivamente nascosti elementi sia stilistici che sociologici insieme, direttamente ritrovabili nell'analisi sociale e musicale d'epoca. Il lessico di questa “calavrisella” semplice e realistico, a volte metafisico e metaforico, segue una configurazione classica della fanciulla ritrovabile in altre calavriselle: ella fa appena ritorno dalla fonte. dal ruscello, dal fiume, dalla fiumara, dove ( è facilmente immaginabile ) ha appena finito di lavare i panni oppure di raccogliere una brocca d'acqua.

Tale ritratto è costante nei brani canori simili, come è simile l'accostamento della figura maschile.....

       portatore inattivo della problematica che incontra e ferma la fanciulla.


I personaggi, anche se diversi nei ruoli e negli atteggiamenti, si completano e si integrano nel discorso globale: lui che subisce in prima persona la problematica sociale, sembra essere elemento attivo (colui che parte, che quindi rimedia); e lei apparentemente passiva, ma forte dentro, forte nell'attesa, nella promessa fatta, nella fedeltà.

Ritratto fortemente veritiero, e drammaticamente umano, delle donne di Calabria fino a qualche decennio fa. I tratti letterari sono attenti e precisi anche ad evidenziare tali lineamenti comportamentali. Il linguaggio tanto ricco ed espressivo, li accomuna entrambi distribuendosi quasi equamente sia nell'uno che nell'altra quasi a volere esso stesso sottolineare che nel loro dramma, quasi sommesso ed inappariscente, il destino li ritrova entrambi vittime ed eroi, nella stessa misura.

La “calavrisella” è il canto più conosciuto tra i tanti che la nostra regione possiede. Esso, però, ha subito interventi e manipolazioni che col tempo hanno modificato la struttura originale. Comunque rimane sempre il contrasto tra i due giovani e gli elementi della scena (fontana, brocca...ecc...) sono uguali anche se in diverse versioni: quasi in tutti i testi che si riferiscono a queste situazioni, la “brocca” simbolizza la verginità della ragazza. Quando durante il percorso, al ritorno, si imbatte nel giovine il quale le chiede un po' d'acqua, quella richiesta....'na prisa de chist'acqua mi farrìa....sta per una vera e propria dichiarazione d'amore. La ragazza accetta il corteggiamento ed offre tutta se stessa al giovane, ma gli raccomanda di essere prudente perché se perde la verginità....accùartu `nun mi rumpa la lincella.......dovrà affrontare le ira della madre, quindi lo scandalo......ca mazze mi `nnè duna mamma mia......Il giovane la rassicura dicendo che se dovesse succedere ciò che lei teme sarà pronto a rimediare sposandola.....si ti la rumpu ti la pagu, bella, `ccù li dinari de la sacca mia.....Comunque le diverse versioni, testimoniano la particolare assimilazione ed il conseguente adattamento del canto reso così funzionale alla specificità della cultura tradizionale delle popolazioni calabresi le quali lo hanno fatto proprio.
 

                                                                                       Carlo Grillo

 



Folklore calabrese

Calabresella mia

di Domenico Caruso

 

Il canto tradizionale che segue, nell'antica versione di S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.), non ha bisogno di commenti. Ci limitiamo a fornire una semplice traduzione per quanti non conoscono il nostro dialetto. I sentimenti espressi sono puri ed i versi si rivelano sinceri come i cuori dei giovani da cui scaturiscono.

La ragazza paragona l'innamorato ad un fiore: "Nel mio giardino le rose bianche costituiscono tutta una festa di colori, ma fra tanti fiori manca il più bello: manchi tu, garofano d'amore!". Di rimando, il giovane così esprime il suo compiacimento: "Nel mio giardino le rose rosse creano una festa di colori, ma fra tante rose manca la regina, manchi tu, Calabresella, rosa d'amore!". Ed ancora lei: "Se manco soltanto io, il torto è tuo perché non mi hai saputo coltivare: io sto all'ombra ad aspettare il mio sole ed intanto che sono all'ombra rido e canto. Non voglio, però, essere confusa fra le tante, desidero diventare sposa e non amante. Se tu vuoi possedere tutte le rose, cercale in vetrina e non fra quelle d'amore!".
Interviene il coro: "Calabrisella, fiore d'amore!".


A questo punto l'innamorato ricorda il suo primo incontro: "Nina, quando t'ho vista stavi alla fontana a lavare ed il mio cuore s'è colmato di tenerezza: è stato allora che, mentre appendevi i panni alla siepe, io t'ho sottratto il più bel fazzoletto".
E lei: "Se mi hai sorpresa a lavare, da parte mia ho sognato che mi osservavi. Se mi hai rubato il più bel fazzoletto, in cambio nel cuore mi hai lasciato il più bel fiore".
Interviene il coro: "Calabrisella, rosa d'amore!".
Il giovane, costretto a partire per gli studi universitari, al rientro in paese si reca dall'innamorata: "Adesso che son tornato dalla città mi guardi, malandrina, e mi sorridi: io abbandonerei il mio dottorato soltanto per avere te vicina!".
La ragazza non ci pensa due volte: "Se vuoi avermi sempre accanto non hai bisogno di abbandonare il dottorato: va' dal curato e dal mio genitore, diversamente allontanati e non pensarmi più!".
Il coro replica: "Se è vero amore, parlane ai genitori!".
E' il giovane a concludere: "Ti do il cuore e la fede, parlerò con tuo padre e con tua madre, ma ti dimostrerai ingrata a non credermi. Calabresella mia che ridi e canti, è preferibile una contadina semplice e fine ad una signorina burbera e sgarbata; meglio una graziosa e buona villanella che una signora superba e avvelenata!".

 

               Calabrisella mia

                        disegno di Anna Giannicola


Lei  - Jntra lu me' giardinu rosi janchi
         sbòccianu 'nta 'na festa di culuri,
         ma di' hjuri mi manca lu cchiù bellu:
         mi manchi tu, garòmpulu d'amuri.
                                                                         
Lui  - Jntra lu me' giardinu rosi russi
         sbòccianu 'nta 'na festa di culuri,                   
         ma di li rosi tu, rigina, manchi,
         Calabrisella mia, rosa d'amuri.

Lei  
- Se di li rosi jeu sula ti mancu
         tortu è lu toi chi no' mi curtivasti:
         jeu sugnu all'umbra e aspettu lu me' suli,
         jeu sugnu all'umbra e 'ntantu arridu e cantu.
         Però non vògghiu èssari cu' i tanti:
         vògghiu èssari spusa e non amanti.
         Se tu li rosi li voi tutti quanti,
         cerca hjuri 'i vitrina e non d'amuri.

Coro:
Calabrisella mia, Calabrisella mia,
          Calabrisella mia, hjuri d'amuri.

Lui  - Nina, ti vitti all'acqua chi lavavi
         e lu me' cori si linchìu d'amuri:
         quandu li panni a la sipala ampravi,
         jeu t'arrobbai lu mègghiu muccaturi.

Lei  - Tu mi vidisti all'acqua chi lavava,
         jeu ti vitti 'nsonnu e mi guardavi.
         Se m'arrobbasti 'u mègghiu muccaturi,
         m'assasti 'nta lu cori 'u mègghiu hjuri.

Coro:
Calabrisella mia, Calabrisella mia,
          Calabrisella mia, rosa d'amuri.

Lui  - Ora chi di la città jeu su' tornatu,
         mi guardi e mi sorridi, malandrina:
         Jeu dassarrìa 'u meu dutturatu
         sulu pe' avìri a ttia sempri vicina.

Lei  - Se voi mu 'nd'hai a mmia sempri vicina,
         non c'è bisognu 'u dassi 'u dutturatu:
         va' e parla cu' me' patri e lu curatu,
         se no' vattindi e non penzari a mmia.

Coro:
Se chissu è amuri veru, se jè amuri puru,
          va' e parla cu' me' patri e cu' me' mamma.

Lui  (comparendo)
       - Jeu ti dugnu 'u me' cori e 'a me' fidi,
         jeu parlu cu' to' patri e cu' to' mamma
         e tu 'ngrata assai se no' mi cridi.
         Calabrisella mia, chi canti e arridi.
         Mègghiu 'na contadina bona e fina,
         ca signurina bùrbara e sgarbata;
         mègghiu vedana bona e aggraziata
         ca 'gnura superba e 'mbelenata!

Coro:
Calabrisella mia, Calabrisella mia,
           Calabrisella mia, rosa d'amuri!


(Da "Calabria Sconosciuta" - Reggio Calabria - Anno VIII n. 31-32 (Luglio-dicembre 1985).

                                                                                                       

 

    Un'altra versione della

         CALAVRISELLA

 

La vitti a la fiumara chi lavava,
calavrisella mia cu l'occhi scuri.
E mentre appassiunata mi vardava
iu nci rubai lu megghiu muccaturi.

Calavrisella mia, calavrisella mia,
calavrisella mia, sciuri d'amuri.
Lalléru, lalléru, lalléru lalàla
sta calavrisella muriri mi fa.
Lalléru, lalléru, lalléru lalàla
sta calavrisella muriri mi fa.

Tutta sudata di l'acqua venia
nci dissi: dumammindi na schizzella
acqua non si ndi duna pi la via;
stasira venittindi a la mi cella.

Calavrisella mia, calavrisella mia,
calavrisella mia, sciuri d'amuri.
Lalléru, lalléru, lalléru lalàla
sta calavrisella muriri mi fa.
Lalléru, lalléru, lalléru lalàla
sta calavrisella muriri mi fa.

 

Altre  ben 5 versioni

 

Mamma nun mi mannati all'acqua sula:
lu ventu mi valau la tuvagliola
lu ventu mi valau la tuvagliola
e lu quattraru mi vulia vasari.

Calabrisella mia, (3v.)
facimmu ammore.
Trallallalleru llalleru llallà
sta calabrisella muriri mi fa.

 

Ti vitti a la jumara cchi lavavi,
Calabrisella mia ccu stocchi scuri,
e mentu alla sipala i panni ampravi
iu t'arrubai lu megghiu maccaturi.

Calabrisella mia, (3v.)
facimmu ammore.
Trallallalleru llalleru llallà
sta calabrisella muriri mi fa.

Quannu a studiari ivi a la citati,
non vitti a nudda bedda com'a tia:
Pensai ccu pena a s'occhi innamurati,
e 'nta su muccaturi iu ti cincia.

Calabrisella mia, (3v.)
facimmu ammore.
Trallallalleru llalleru llallà
sta calabrisella muriri mi fa.

Tutta sudata di l'acqua venia.
Nci dissi: Dunami n'ndi na schizzella.
Acqua non si ndi dune pi la via;
Stasira venitti ndi a la 'ni cella.

Calabrisella mia, (3v.)
facimmu ammore.
Trallallalleru llalleru llallà
sta calabrisella muriri mi fa.

Ora ca di la Sviza su turnatu
mi guardi e mi saluti malantrina:
dariasi tuttu lu me sparambiatu,
bedda, p'aviri a tia sempre vicina.

Prima m'a dittu si e mo' nun voia:
dimmi di chi ti spagni bedda mia,
ca si ti spagni da famiglia toia,
'mbrazza ta strigne e nun ti lassu chiuia.