| Antiche tradizioni |
Si può dire che ormai la “psicosi mucca pazza” è
giunta a maturazione. Si vive dappertutto un allarmismo esasperato
che conduce ad un allargamento del fenomeno coinvolgendo anche caprini e ovini
(già un caso di “pecora pazza” si è verificato nei pressi di Reggio Emilia)
nonché i suini. Per questi ultimi la minaccia parte dall'Austria tanto che il
Giappone ha già preso le giuste contromisure vietando l'importazione di carne di
maiale da questa nazione.
E noi che facciamo….siamo in grado di sostituire degnamente, da un
punto di vista nutrizionale, la rinomata fettina di vitello? Sulla tavola dei
calabresi non sono mai mancati alimenti come polli, conigli, uova, ceci, fagioli
(molte famiglie che abitano in provincia coltivano ancora il caro orticello con
galline annesse) e soprattutto salsicce, capicollo, soppressate, prosciutto che
derivano dalla tanto amata carne di maiale.
L'allarme sui suini (per la verità ancora privo di reale
fondamento) modificherà, come è avvenuto per la carne di vitello, l'abitudine
dei calabresi? Anche se l'uccisione del maiale ha subito un notevole calo
rispetto al passato (colpa forse del colesterolo e dei trigliceridi), sono
ancora tante le famiglie che amano fare le provviste grazie alla sua carne
pregiata. Ricordiamo che un tempo ci si cibava prevalentemente con erbe
selvatiche e l'approccio con la carne avveniva solo in qualche festa comandata,
per cui il rito dell'uccisione del maiale si caricava di enormi
significati. Questo animale, accudito e governato per lunghi mesi, era capace di
far fronte all'intera economia alimentare della famiglia per un anno intero.
Oggi che il benessere economico ha baciato quasi (sottolineamo il quasi)
tutte le famiglie, questo rito sopravvive come fatto culturale e di
aggregazione.
La preparazione
Circa un paio di mesi prima iniziano i preparativi degli
ingredienti basilari necessari alla lavorazione delle sue carni. Si pesta il
sale, si prepara la passata di peperoni rossi, si lava il vasellame con la
lisciva ed altre operazioni. C'è ancora l'usanza, per la mattina dell'atteso
evento, di coinvolgere parenti ed amici e ciò per una duplice finalità: in
primis perché all'atto dell'uccisione c'è bisogno di braccia poderose che
abbiano il sopravvento sulla resistenza dello sfortunato animale, e poi perché
assieme a loro bisogna festeggiare. Quando il maiale viene prelevato è come se
intuisse l'infausto destino per cui egli lancia delle grida lancinanti che
giungono alle nostre orecchie con tutta quella sofferenza che possiamo solo
immaginare.
Ma, essendo le leggi della tradizione scevre da momenti di
commozione, si procede con l'affondamento del coltello nella gola dello
sventurato che procura la fuoriuscita del sangue prontamente raccolto dalle
donne in un recipiente. Questo sangue va rimescolato energicamente con un
mestolo per evitarne la coagulazione, servirà alla preparazione del sanguinaccio
a base di cacao e frutta candita. La caratteristica del maiale è che tutte le
parti del suo corpo, anche quelle cosiddette di scarto, si utilizzano per un
qualche cosa. Ad esempio, la lunga setola è utile al calzolaio per infilare lo
spago nella lesina e riparare le scarpe.
Terminata
la fase della spellatura, che avviene con coltello ed acqua calda, il maiale
viene appeso al soffitto negli appositi ganci. Segue ora un lavoro
accurato da parte delle donne che devono lavare per bene gli intestini con acqua
e limone. E' inutile dire che in questo giorno il pranzo viene preparato quasi
esclusivamente con carne di maiale, ma sulle tavole dei buongustai non mancano
di certo i contorni adeguati e un buon bicchiere di vino. La lavorazione della
carne inizia la mattina seguente con la triturazione e l'impasto con sale e pepe
rosso, indi si procede alla preparazione di salsicce e soppressate. Queste
prelibatezze vengono legate ben strette con degli spaghi e successivamente
appese, possibilmente in cucina, in modo da potersi asciugare al fuoco del
camino. Dopo ventiquattro ore le soppressate vengono rimosse e messe soppo peso
(da qui deriva il suo nome) poi di nuovo al suo posto e poi ancora sotto peso.
La soppressata, insieme alla salsiccia, è uno dei simboli della gastronomia
calabrese e si usa prepararla sia con pepe rosso che con pepe nero. Col maiale
si preparano ancora prosciutti e capicolli (per la verità non all'altezza delle
precedenti) ma anche la “`nduja”, detta “la salsiccia dei poveri” in quanto si
prepara con la carne di scarto, la pancetta che consiste in pezzi di costolette
ben salate, la gelatina (detta anche suzu)…..ecc..ecc.
Quante cose buone…..non per niente
“'U pùorcu lìnchia la casa” (Il maiale riempie la casa), dicono
gli anziani contadini che di “maiale pazzo” proprio non vogliono sentir parlare,
però con i tempi che corrono c'è da aspettarsi di tutto. Già si parla di lingua
infetta……ma ormai le provviste sono fatte, ne riparleremo un altro
anno.
Carlo Grillo
Articolo pubblicato su "La Provincia Cosentina", Anno III N° 22 -
Gennaio 2001 pag. 8